Mercoledì 4 Marzo 2015 - Anno XIII
IL PRIMO GIORNALE ONLINE ITALIANO DI TURISMO E CULTURA DEL VIAGGIARE
La mia Venezia
Una famosa scrittrice ripercorre le vie dacqua e di terra della sua citt, rivivendo gli stupori e le emozioni dellinfanzia
di Patrizia Carrano

Il Canal Grande
Mi accaduto l'anno scorso, sul finire d'un pomeriggio di agosto. Ero a San Marco, seduta all'antico caff Florian, ascoltanto la musica, bevendo un bicchiere di prosecco.
Nella Venezia pi conosciuta, pi oleografica, pi logorata e pi consumata, ho sentito frusciare uno stormo di piccioni che s'alzava in volo, ho smesso di leggere il classico per l'infanzia che m'ero comperata poco prima (per i pi curiosi: Kim di Kipling) e ho seguito il volo degli uccelli che puntavano verso le cupole della basilica, verso i quattro cavalli che Enrico Dandolo sottrasse all'ippodromo di Costantinopoli ottocento anni fa, verso quella miracolosa mescolanza di oriente e occidente che San Marco.
E ho scoperto, ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno, di amare perdutamente quel panorama, quel cielo, quella piazza, quella citt. La mia citt.
Folla a Venezia? Da sempre
Turisti alla Basilica della Salute
Chi si lamenta che Venezia invasa da "mandrie in pantaloncini" - la definizione di Iosif Brodskij e potete trovarla a pagina 25 del suo Fondamenta degli incurabili edito da Adelphi - ha una qualche ragione. Ma al dunque non poi troppe: Venezia, citt d'acqua e di trine marmoree da sempre abituata alle folle dei "foresti".
A piazza San Marco, cuore pulsante della Serenissima, veniva anticamente organizzata la fiera della Sensa, si faceva mercato, si piazzavano bancarelle, si vendevano cialde, le cartomanti predicevano il futuro, i mercanti trattavano i carichi delle navi ancorate a punta della Dogana.
Certo, i viaggiatori d'un tempo - "viaggiatori non turisti" specifica uno dei protagonisti di T nel deserto di Paul Bowles - avevano una percezione assai ricca e articolata della citt che li ospitava. Certo, le maree dei consumatori "usa e getta" vanno disciplinate cos come andrebbero disciplinate le acque della laguna, che d'inverno s'alzano pericolosamente a ingoiare tanti sestieri. Ma Venezia senza "foresti" tradirebbe il suo carattere di antica metropoli attenta ai commerci.
Del resto basta uscire dalle Mercerie, ed subito silenzio. E pace.
Palazzi, statue, canali, ponti. E il mare
Il Leone di San Marco
Le calli, piccole e tortuose, s'aprono all'improvviso su piccoli campielli sorvegliati da qualche marmorea creatura. Nessuna citt come Venezia abitata da tanti leoni alati, grifoni, basilischi, chimere o centauri, che affacciano dai palazzi, dagli angoli delle chiese, che si accovacciano negli scorci di qualche piazzetta, guatando in silenzio i passanti.
Nessuna citt come Venezia permette, a chi lo voglia, di ascoltare il rumore dei propri passi sul selciato. E' ascoltando quel rumore che io - nella mia citt, dove torno per lo meno una volta all'anno - scelgo di perdermi: bench ci abbia passato tutta l'infanzia, ne possiedo poco la toponomastica e dunque il rischio - il gusto - di perdermi sempre presente.
Ma proprio questo sperdimento che io vado cercando: cammino veloce, puntando verso una delle estremit della citt. Ed eccomi nel cuore dell'antico ghetto. Oppure, dalla parte opposta, all'Arsenale, o ancora, al di l di Rialto, verso le Zattere, a guardare la Giudecca, un tempo tutta orti e giardini, poi quartiere popolare, oggi molto ricercata. Il canale della Giudecca il pi grande della laguna, maestoso come un vero braccio di mare, solcato da grandi navi. Eppure, il vero miracolo dell'isola sta nella vista che, una volta giunti l, si ha di Venezia. Non pi citt ma piuttosto palcoscenico teatrale, con quinte, profili, fondi dorati.
La Giudecca stata, per me, una scoperta dell'et adulta: quand'ero piccola, le rotte familiari mi conducevano verso il Lido, dove facevo qualche bagno di mare prima di essere deportata in montagna, assieme alla tata.
(C) RIPRODUZIONE RISERVATA
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