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Cappadocia, incredibile follia geologica

di Enrico Martino

Nell’Anatolia turca, terra di transiti e presenze per innumerevoli civiltà, gli antichi vulcani, con il contributo dell’acqua e dei venti, hanno trasformato il paesaggio disseminandolo di coni di pietra. Antiche abitazioni per pastori e anacoreti rn


Paesaggio pietroso

Il grande cesto di vimini in un attimo spicca il balzo verso il cielo sfiorando i Camini delle Fate di Zelve, centinaia di cupole di roccia dalle forme impazzite che nascondono uno sterminato labirinto di chiese e monasteri. Ritmata dal respiro sordo del fuoco che sale verso il cuore del pallone, la mongolfiera scivola lungo il fianco della montagna, ne sfiora la cima e all’improvviso si perde in un cielo ancora immerso nel silenzio profondo dell’alba. Sotto di noi i primi raggi del sole spengono l’ultimo blu della notte, illuminando un paesaggio esteso a perdita d’occhio fino alle falde dell’inconfondibile cono dell’Erciyes Dagi, il grande vulcano che ha trasformato la Cappadocia in un’incredibile follia geologica, creando quantità immense di cenere vulcanica compressa, che milioni di anni di acqua e vento hanno modellato in un fantasmagorico universo di pietra.

Dalla mongolfiera, centinaia di chiese rupestri


Sorvolando Göreme

Un minuscolo lembo di altopiano anatolico dove storia e natura hanno complottato insieme per secoli e dove oggi centinaia di turisti si affollano all’entrata della più spettacolare concentrazione di chiese rupestri del mondo: il Museo all’aperto di Göreme. Ci sono altri modi però per scoprire una Cappadocia diversa, lontana da un turismo frettoloso che vorrebbe ridurla a una sorta di pietrificata Dysneyland di anacoreti.
Il primo è proprio quello di sprofondare in stretti e solitari canyon di roccia, appesi a una mongolfiera, scivolando in un silenzio assoluto a pochi metri da spigoli puntuti che qualche inquietudine la suscitano. Chi è imperturbabile è Lars, il pilota, mentre dribbla tranquillo inquietanti guglie di pietra con l’aria di divertirsi come un matto. “Vedi - dice indicando un punto indeterminato davanti a noi - questo è una sorta di videogioco che cambia ogni mattina, perché le correnti non sono mai identiche. Io posso sfruttare questi motori invisibili, fatti d’aria, per spostarmi e così la rotta non è mai la stessa”. Nel frattempo riemerge dal canyon sfiorando le terrazze di Uchisàr e saluta qualche vecchio amico, come se fosse la cosa più naturale del mondo aggirarsi in ciabatte al mattino sulla terrazza di un villaggio dell’Anatolia e ritrovarsi ripreso da una decina di turisti che ti passano sulla testa dentro un cestone di vimini.

Alla ricerca del vero Paradiso


Uchisar al tramonto

Forse é il prezzo per vivere in un posto unico al mondo come Uchisar, soprattutto al tramonto quando la Kale, la Vecchia Fortezza che nella sua spugnosa consistenza di groviera di tufo sembra aver assorbito tutta la saggezza del mondo, si accende di un rosso violaceo. All’interno un oscuro labirinto di corridoi si avvita faticosamente su sé stesso, come in una conchiglia gigante crivellata di chiese, magazzini e abitazioni. Poi sbuca su un nido d’aquila, che domina l’intera regione, regalandoti un altro di quei tanti istanti di puro paradiso che dispensa la Cappadocia.
Deve essere la vera ragione per cui nell’arco dei secoli folle di aspiranti alla santità sono venute a cercare nella meditazione e nella bellezza una scorciatoia per il Paradiso, quello vero. Nel frattempo non disdegnavano di azzuffarsi, non solo metaforicamente, sulla natura umana e divina di Cristo e più prosaicamente sui rapporti di forza con Bisanzio.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 
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