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Gli antichi Re neri del Camerun

di Nino Gorio

All’ombra del vulcano più alto dell’Africa, sui monti ai confini con la Nigeria, vivono piccole ma orgogliose monarchie, rette da dinastie plurisecolari, che l’epoca coloniale non è riuscita ad estirpare e che l’attuale repubblica indipendente riconosce


I pendii del Monte Camerun (Foto:Gary Cook/Alamy)

C’era una volta un re. Anzi ce n’erano diversi, a nord del Monte Camerun, il vulcano attivo più alto dell’Africa, che nessuno ha visto mai perché la sua cima sta sempre sopra le nuvole. Quei re avevano la pelle nera, sapevano leggere e scrivere, sposavano molte mogli e adoravano un Dio Ragno, che nessuno ha visto mai perché sta sempre sottoterra. Poi vennero degli uomini con la pelle chiara (tedeschi, quindi francesi e inglesi) che non sempre sapevano leggere e dissero ai sovrani locali: “Non regnerete più perché siete dei selvaggi”.

Tra i monti dei neri con laurea


Ragazza di un villaggio sulla via per Foumban (Foto:Gary Cook/Alamy)

Invece i re neri del Camerun sono ancora ai loro posti: sopravvissuti all’epoca coloniale, passando da un dominio straniero all’altro, sono poi entrati nell’attuale repubblica sovrana che ha per capitale Yaoundé, per bandiera un tricolore giallo-rosso-verde e per presidente a vita tale Paul Biya.
Sui monti al confine con la Nigeria, in realtà, comandano da sempre solo loro: vivono in corti murate, dette “chefferies”; amministrano tasse, anagrafe e giustizia; e se si mostrano ai sudditi, sono riveriti come il Papa all’udienza della domenica.
Li chiamano “sultans, fons, lamidos o chefs”, secondo i casi (ma la sostanza è identica) e sono tuttora decine, perché ogni città e ogni tribù ha il suo re.
Di tedeschi, invece, ne rimane solo uno, che poi non è un tedesco ma una tedesca, moglie (unica) di Sua Maestà Ganyonga III, il “fon” di Bali, cittadina di montagna fuori dal mondo. Un re “selvaggio”, ovviamente; parla correntemente “solo” quattro lingue europee, ha preso “solo” una laurea a Heidelberg e vanta un albero genealogico lungo “solo” come quello della casa reale d’Inghilterra.
Il viaggio alla scoperta dei re neri del Camerun, “fossili viventi” che la storia ha lasciato in eredità all’Africa d’oggi, inizia da Douala, affollata città-porto alla foce del Whouri, alias Fiume dei Gamberi. Da lì, una strada va prima alla base del “vulcano che non c’è” e poi sale tra bananeti e piantagioni di caffè nelle terre di nobili e fiere etnìe, gelose della propria autonomia: la più ricca (e più tirchia, dicono) è quella dei Bameleké, sparsa intorno a Bafoussam; la più colta (e più autorevole) è quella dei Bamoun, che ha per “capitale” Foumban.

Il re vestito di piume


Monumento davanti al palazzo del Re

Non cercate sulle carte europee i nomi di queste città: probabilmente non li trovereste, perché ai nostri atlanti importano solo le località integrate nel mondo dei bianchi: come Douala, dove navi francesi vanno a fare il pieno di frutti tropicali; o come Kibri, dove petroliere americane caricano l’oro nero di un oleodotto che arriva dal lontano Ciad, tagliando le foreste. Ebbene: Foumban non ha mai avuto relazioni di questo tipo col mondo globalizzato; quindi per gli atlanti non esiste, anche se conta sessantamila abitanti ed è stracarica di storia.
Dove inizia quella storia? Da una leggenda, come accade presso ogni popolo del mondo. A Foumban non raccontano che in principio ci furono Adamo ed Eva o Romolo e Remo, bensì otto guerrieri, uno dei quali si chiamava Nchare Yén e aveva un vestito di piume. Un giorno costui si fermò sotto un albero e, su consiglio del Dio Ragno, distribuì una piuma del suo abito a ogni abitante del Paese. E tutti, vista la sua generosità, lo vollero re. I suoi sette amici, poi, diventarono pietre immortali, che oggi si possono vedere, ventidue chilometri fuori città.
Leggenda a parte, si sa che i Bamoun giunsero nei loro attuali territori sette secoli fa, quando in Europa il Medio Evo viveva la sua ultima stagione. Provenivano da nord, ma esattamente da dove non si sa. Certo è che, contrariamente a quanto sostenevano i colonialisti europei, i Bamoun non erano affatto selvaggi: nel 1902, quando i tedeschi arrivarono su questi monti, trovarono un popolo che aveva già una sua scrittura, con un alfabeto sillabico di cinquecentodieci segni e che tramandava puntualmente l’albero genealogico della sua casa reale.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 
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