Archeologia e fede
L'affascinante “mistero” del battesimo di Gesù
Lunghi studi e pazienti scavi archeologici hanno riportato alla luce, sulla riva est del Giordano, le tracce dell’eremo dove visse San Giovanni Battista e dove Gesù inaugurò la sua vita pubblica immergendosi ritualmente nelle acque del fiume
di Nino Gorio

Un frate lungo il torrente Wadi Sapsaphas

A permettere la scoperta sono stati un mosaico, un frate, una poesia d’amore e un archeologo musulmano. Nei primi secoli dell’era cristiana il luogo fu oggetto di pellegrinaggi,  poi venne dimenticato e coperto dalla sabbia e da boschetti di tamerici.
“In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui”. Inizia così, nel Vangelo di Matteo, il racconto della vita pubblica di un trentenne di Nazareth che i suoi compatrioti ebrei chiamavano Jehoshua Ben Josef e i romani Jesus. Nessuno lo sapeva ancora, ma quel giorno era destinato a cambiare la storia del mondo. Tre anni dopo, infatti, Jehoshua-Jesus faceva parlare di sé tutta la Giudea: i sacerdoti del Tempio lo reputavano un blasfemo, i romani un pericoloso agitatore, i suoi discepoli il Messia.
Dove fu battezzato Gesù? Sul Giordano, dice Matteo. Ma il Giordano è lungo: solo il tratto più basso e più importante del fiume, dal Lago di Tiberiade al Mar Morto, misura quasi centocinquanta chilometri. Eppure recenti studi hanno individuato con sufficiente certezza il punto esatto dove “Jehoshua” si sottopose al rito che diede avvio alla sua predicazione, quindi al Cristianesimo.
Per arrivarci si può partire da Gerico, nei Territori Palestinesi, poi si passa il Ponte di Allenby, si entra in Giordania e si cerca un paese di nome Al-Kafrain.

Acqua di confine
Il tratto del fiume dove sarebbe stato battezzato Gesù

Superate le case, si imbocca un sentiero che scende al fiume attraverso un paesaggio aspro e roccioso, seguendo il letto di un torrentello perennemente secco, Wadi Sapsaphas. Le rocce intorno sono bucate da strane caverne; qua e là spuntano resti di muri sbrecciati. Dopo un chilometro si entra in un bosco di tamerici che poi si apre improvvisamente in una radura. Ed ecco infine il Giordano: poco più di un fosso di acqua verdastra, che si fa strada pigramente in un minuscolo canneto. Sulle prime si prova delusione: tutto qui?
Sì, tutto qui. Ma quel filo d’acqua, così esile eppure così prezioso nell’arsura del Medio Oriente, ha scatenato da sempre appetiti e fantasie, rivalità e religioso stupore. Per quel “fosso” si è pregato, si è combattuto, si è ucciso. E tuttora sulla riva corrono fili spinati, perché il fiume è un confine: noi siamo in Giordania, ma dieci metri in là, sull’altra sponda, spuntano soldati israeliani che fanno la guardia. È questo è già un quadretto sereno: un decennio fa qui non si poteva neanche arrivare perché c’erano più mine che canne e tamerici.

Luoghi sacri, anche prima del Cristo
Pellegrini

Allora la radura non aveva neanche un nome; oggi la chiamano Yohanna Al-Ma'madani, cioè “Giovanni il Battista”. Oltre alle guardie di confine, la frequentano gruppi di pellegrini e squadre di archeologi: i primi vanno a pregare in una chiesetta vista-fiume, costruita pochi anni fa; i secondi scavano palmo a palmo il terreno intorno, alla ricerca di luoghi di culto molto più antichi. E qualcosa hanno già trovato. Anzi, hanno trovato moltissimo: i resti di ben tre basiliche paleocristiane.
Non è tutto, perché un paio di chilometri a monte di Yohanna Al Ma’madani c’è Tell Al-Kharrar, un vasto sito archeologico in collina, già interamente scavato e ampiamente visitato (anni fa ci venne anche papa Wojtyla) che comprende due cose importanti: un monastero del quarto secolo e una serie di rifugi di eremiti (le “strane grotte” di cui abbiamo già accennato) che almeno in parte sono pre-cristiani. Tutto ciò prova almeno una cosa: che tutta la zona era in qualche modo sacra, prima e dopo la nascita del Cristianesimo.

(C) RIPRODUZIONE RISERVATA
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