Cuba, il Paese degli “inventos”
Nella grande isola caraibica, dove la storica cronicità del “bloqueo” americano rende spesso difficile “vivere”, emerge risoluta l’inventiva dei cubani, il loro smisurato orgoglio e si affina l’arte d’arrangiarsi
di Alberto Scala

Un'edicola in strada (Foto: Aberto Scala)
Cuba è forse l’unico Paese al mondo dove due monete hanno parallelo corso legale. Si chiamano allo stesso modo: “peso”. Uno è il peso cubano, e ne occorrono circa ventiquattro per acquistare un peso convertibile, che vale l’otto per cento più del dollaro. Entrambe, in qualche modo, sono monete fittizie, il cui cambio non rispetta alcuna legge economica.
Con la prima i cubani vengono pagati dal proprio datore di lavoro (lo Stato); può essere spesa soltanto nei mercati, per i trasporti pubblici statali, nei negozi alimentari dove vengono distribuiti i generi di prima necessità, razionati dallo Stato e a prezzo politico e in altre “tiendas” dove le merci sono casuali e modestissime: le loro vetrine sono indicative, vicino a un copertone per bicicletta può essere esposto un set di bicchieri di plastica, un mazzetto di fiori finti, un lucchetto, un paio di zoccoli, una scatola di lucido per scarpe, uno scolapasta, un’immagine di gesso di San Lazaro. Questo squallore è moltiplicato, all’interno, da spazi smisurati e vuoti.
La continua “lotta” fra dollari e pesos
Padre e figlio in una via a L'Avana (Foto: World66, Movi Levi)
Il peso convertibile, chiamato “chavito”, è la moneta accettata in tutti gli altri esercizi, ristoranti, bar, alberghi, supermercati, negozi.
Fino al novembre del 2004 valeva ufficialmente un dollaro e quindi in giro si vedevano solo dollari che costituivano, di fatto, la terza valuta nazionale. Il dollaro era stato legalizzato nel 1993; prima, i cubani non potevano né possederne né spenderne. La gravità della crisi economica seguita al crollo dell’ex impero sovietico (il perìodo especial) indusse Fidel Castro a permettere l’uso del dollaro, cosa che fece uscire da sotto i materassi dei cubani alcuni miliardi - si disse - di dollari che servirono a ridare fiato a una situazione allo stremo.
Qualcosa del genere è accaduto circa due anni fa: il governo ha rivalutato dell’otto per cento il peso rispetto al dollaro e ha dato dieci giorni di tempo ai cubani per trasformare i dollari al cambio di uno a uno, senza sovrapprezzo. Si sono così formate code interminabili di cittadini intenzionati a non rimetterci e le casse statali hanno raccolto enormi quantità di valuta da poter spendere nelle transazioni internazionali. Come si può facilmente intuire, il peso è convertibile solo a Cuba e non viene accettato altrove.

Sguardo sulla città (Foto: Aberto Scala)
La rivalutazione del peso sul dollaro ha avuto delle motivazioni, enfatizzate da giganteschi cartelli pubblicitari in cui il viso severo di Fidel era accompagnato dallo slogan “Vamos bien”. Due le principali notizie a sostegno di questa affermazione: un nuovo giacimento petrolifero al largo della costa di Nord Est e nuovi accordi commerciali con il governo cinese. In quel periodo lo stesso lider maximo - oggi da quasi un anno in malattia -  è ripetutamente apparso alla televisione, a canali unificati, per elogiare i meriti di una pentola per il riso, la “olla arrozera”, capace di esaltare i sapori e di risparmiare energia, che il governo si apprestava a distribuire a prezzo politico a tutte le famiglie cubane. Pentola “made in China”, naturalmente.
(C) RIPRODUZIONE RISERVATA
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