Giovedì 27 Novembre 2014 - Anno XII
IL PRIMO GIORNALE ONLINE ITALIANO DI TURISMO E CULTURA DEL VIAGGIARE
Pianosa, da carcere a luogo naturale protetto
La piccola isola del Tirreno, per lunghi anni penitenziario e memoria di un passato da dimenticare, riscoperta quale luogo di incredibili bellezze e di coinvolgenti silenzi
di Nico Tondini

L'orizzonte dalla costa est di Pianosa
Mi sono fermato spesso sui tornanti elbani che portano a Punta Nera. E la parte meno transitata dai motoscafi di questisola vacanziera. Se voglio godermi il mare vengo qui, su questa strada che collega i paesini di Patresi e di Chiessi, magari dopo una bella libecciata, quando il cielo ha quel colore blu forte e dal mare salgono gli odori pungenti di salsedine e di macchia mediterranea. Non cerco la poesia del panorama o lemozione dei grandi spazi, ma solamente un po di solitudine e la luce speciale della sera.
Come prigioniero di unammaliante Circe elbana ho guardato tante volte laggi, a sud-ovest, la sagoma bassa e lineare dellisola di Pianosa. Per anni mi sono chiesto come fosse questa Caienna toscana, questa nostrana "isola del diavolo" inaccessibile e proibita alla gente "per bene". Una perla del Mediterraneo trasformata in carcere; unisola prigioniera di s stessa e dei suoi confini. Uno scoglio dove erano rinchiusi ergastolani, ladri, assassini, mafiosi, a espiare il giudizio degli uomini e in attesa di quello estremo di Dio.
Verso lisola proibita
Cala Giovanna
Un motoscafo della Polizia Penitenziaria da Marina di Campo, nellIsola dElba, mi sta portando finalmente a Pianosa.
Ho un permesso speciale per visitare lisola. Il carcere stato chiuso il 30 giugno del 1998 e lisola inserita nel Parco Nazionale dellArcipelago Toscano; dal 1999, Pianosa aperta al turismo con visite guidate e ristrette a un numero contingentato di escursionisti.
Dopo undici miglia, tanta la distanza di mare che divide Pianosa dallElba, la barca attracca al molo del porticciolo. Un anfiteatro di rocce e palazzi merlati chiude la piccola baia sulla quale troneggia un cartello indicatore piantato l forse per i detenuti pi scettici: "Pianosa Isola", recita il segnale; un "messaggio" verbale a met strada tra la costruzione siciliana e quella, pi chic, anglosassone.
Questo era il tragico punto di arrivo di molte vite violente e spese male.
Un luogo di "silenzi"
Il porticciolo
Fa uno strano effetto sbarcare, con la fedina penale pulita, tra queste case dallarchitettura retr. Torri, palazzi con bifore e merlature, cupole, archi. Tutto deserto, non una voce o una persona nel silenzio di questa insenatura dal mare pulito.
Sono stupito e attonito, abituato ai rumori estivi delle isole, ai motoscafi che ormeggiano e salpano, alle ragazze in bikini, alle luci dei negozi, allo svolazzare dei parei dipinti a mano da quindici Euro luno.
Questa unisola cristallizzata, nella quale la vita si fermata nel Novantotto con la chiusura del carcere. Se ne sono andati tutti: le guardie con le loro famiglie, i detenuti, i bottegai e gli impiegati; da quel giorno tutto rimasto bloccato in un "fermo immagine" tragico ed onirico che ha il sapore del vuoto. Sotto il cartello "Pianosa Isola" c rimasto soltanto il rumore delle onde che si spengono sulla calata del paesino e, ora, il suono dei miei passi che cercano le tracce di una storia iniziata alcuni secoli fa.
(C) RIPRODUZIONE RISERVATA
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