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La fiaba di Sua Maestà il “Picolit”

di Gian Paolo Bonomi


Picolit, il passito del Friuli

Eh sì, oltre agli esseri umani anche i vini possono vivere una favola.
E’ il caso del celeberrimo Picolit, preziosissimo passito del Friuli nonché reuccio dei tanti nettari prodotti all’estremo nordest del Belpaese.
E quale sarebbe la fiaba del Picolit? Presto detto: nasce brutto anatroccolo e per di più non in buona salute, dopodiché comincia ad appassire quasi fosse assalito dal mal caduco, smagrisce a vista d’occhio, poi, improvvisamente, trasforma quel poco di forza, di vita rimasta nei suoi acini, in una divina bevanda per massimi intenditori.
E se alla fiaba si volesse aggiungere un proverbio, valga il “Non tutto il male vien per nuocere”, ove si intende che senza una malformazione precocemente inferta ai suoi grappoli da madre natura, il Picolit sarebbe soltanto uno dei tanti, anonimi vinelli bianchi da pizzeria.

Un’oasi d’oro puro


Claudio e Michele Ciani

Dalle favole e dagli adagi è comunque il caso di passare al concreto, di apprendere un’intrigante lezione sul Picolit, tenuta da Claudio e Michele Ciani, padre e figlio votati alla produzione e alla “grandeur” del Picolit, nella loro azienda vitivinicola “Aquila del Torre” in quel di Savorgnano del Torre, Udine.
A ogni vocazione e passione segue uno slancio che non può non sfociare in un progetto, che a sua volta risponde a un nome: ecco pertanto l’ “OasiPicolit” dei Ciani. L’Aquila del Torre si estende su 84 ettari di colline eoceniche (tra i 175 e i 300 metri su livello del mare) dal terreno marnoso-arenaceo che si apre in un maestoso anfiteatro affacciato sulla pianura friulana. Oltre a un tenero dettaglio eno-culturale e letterario (sulla collina più  alta una lapide - collocata da Orio Vergani e Diego Valeri - commemora il poeta persiano Omar Khayyam che inneggiò al vino e alla pace agreste) il podere vanta la non comune e benefica alternanza di macchia boschiva (circa tre quarti) e di “superficie vitata” (22 ettari di cui ben quattro dedicati al Picolit, la citata Oasi). 

Nascita sofferta, poi, la gloria


I vitigni di Savorgnano del Torre

Come accennato nella “fiaba”, durante l’infanzia l’uva del Picolit è colpita dall’aborto floreale (che poi si rivelerà una fortuna) che determina un’estrema rarefazione di fiori fecondati, da cui la miseria di soli quindici, massimo trenta acini “veri e normali” dei centocinquanta/duecento che normalmente compongono un grappolo d’uva.
Il brutto, rachitico grappolo viene ulteriormente maltrattato (sembra la favola di Cenerentola) mediante la costrizione ad appassire. E tanto ne soffre da perdere un terzo del peso, ma per fortuna del futuro Picolit c’è anche chi non abbandona l’uva come un trovatello - è il caso dei Ciani - e ne segue periodicamente l’appassimento in bei capannoni, con scientifiche variazioni dei livelli di umidità.
Pressato quel che rimane dei già pochi acini della “disgraziata” uva, ecco iniziare e completarsi il processo di vinificazione che dà vita al Picolit, a quel punto destinato a intraprendere le sue brave battaglie contro il “Grande Nemico” francese, il Sauternes, i famosi “Eiswein” del Reno e i “Tokaji” ungheresi. A proposito di Tokaji (del cui “copyright”, uso del nome, l’Europa ha recentemente concesso l’esclusiva alla sola Ungheria) è d’obbligo un breve inciso: si narra che nel 1632 una vite di Tocai - a quel tempo sconosciuto nelle terre danubiane - sia stata portata in dote dalla contessa Aurora Formentini in occasione delle nozze con il principe Giovanni Batthyani, da cui - prosegue e termina la narrazione - il Tokaji Fromint, una delle più note varietà dell’ambrato vino sorseggiato tra csardas e violini tzigani.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 
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