Lancia. Una storia d’altri tempi
Censin, o Vincent, un predestinato. Uno che con pochi gesti sa far rombare un motore. Doveva fare l’avvocato, il ragioniere, ma ha preferito fare il meccanico. Sporcarsi le mani per capire i rapporti aurei tra cilindrata, potenza e velocità
di Valerio Griffa

Vincent Lancia
“Giusep, dame un di toi salam…” (dammi uno dei tuoi salami) dice il passeggero, che respira aria di casa. L’auto, nera e lucida, lunga e squadrata, mascherina con lo scudo e i fanali a coppa aggressivi sui grandi parafanghi, porta un nome “greco”, Lambda, ed è appena arrivata a Fobello, Alta Valsesia, fra nuvole di polvere.
Si ferma all’Albergo della Posta. Lancia, Censin, come lo chiama l’oste Maffeis, un uomo corpulento, scende dalla sua vettura. Richiude il portello, e sale i tre gradini dell’Albergo. Cameriere con il grembiulino bianco fanno un veloce inchino e Giuseppe si liscia i baffi impomatati. Lui è proprietario dell’albergo, il migliore del paesino che i Lancia hanno nobilitato con la loro presenza e lanciato, per emulazione, tra i luoghi di villeggiatura. Giusep conosce Censin da decenni, ne ha seguito il crescente successo ed è orgoglioso di averlo lì, nell’atrio del suo hotel alpino.
“Subit, Censin, subit. Miro, valu a pié” (subito, vallo a prendere) urla al figlio maggiore.

Interno del Museo dell'Automobile di Torino
Miro va in cantina, stacca dai ganci sulla volta a mattoni un bel salame e lo consegna impacchettato al cavaliere, ricevendone due soldi. Non è il prezzo del salame, è solo la mancia da “bocia”, per quella piccola commissione.
Scena da “Piccolo Mondo Antico”. Da villaggio alpino che non ama le mezze misure: case dei montanari, dritte e alte, su per i pendii di Roi, di Santa Maria, del Belvedere; case dei signori, ville incerte sullo stile, eclettiche per necessità, nelle migliori posizioni della conca, a sottolineare una filosofia, il villeggiare, che è sì l’antenata del turismo, della vacanza, me ne è anche lontano anni luce. Una valle di fatica, con quei pendii ripidi che rendono il lavoro più difficile, più povero. Una valle severa e conciliante allo stesso tempo, con il torrente Mastallone dai meravigliosi angoli di acqua verde, con i sentieri e gli alpeggi dei Walser di Rimella, dove l’architettura montana piemontese della pietra incontra il legno dei “tedeschi” venuti dalla Svizzera.
Dai fratelli Ceriano alla “prima” Fiat
Vincent alla terza Targa Florio nel 1908
Uno così non nasce nella piatta Olanda. Preferisce venire al mondo in una piccola valle alpina, in un paese valsesiano sotto il Rosa che porta il nome del faggio (“fo”, in dialetto). Nasce il 24 agosto del 1881 nella villa di famiglia, che il padre, Cav. Giuseppe da Torino, industriale conserviero che esporta in tutto il mondo, ha acquistato in Valsesia.
Vincent passa le sue estati tra i boschi di faggi, lungo i sentieri che portano in alto, al lago di Barranca, o ai belvedere sui ghiacciai del Rosa, dove in quegli anni (1893) si costruisce il rifugio più in alto d’Europa, ai 4459 metri della Punta Gnifetti, chiamato “Capanna Margherita” e inaugurato dalla Regina in persona.
Potenza dei simboli. Per arrivarci bisogna passare accanto alla Piramide Vincent. Forse sono proprio quelle estati libere che lo rendono insofferente alla scuola e alle ambizioni paterne di avere un avvocato in famiglia. Forse sono le acque del Mastallone e le sue trote da pescare, a orientarlo verso l’avventura.
Trova uno sbocco nel cortile della casa di città, in corso Vittorio Emanuele 9, a Torino. Lì, i fratelli Ceriano costruiscono biciclette con il marchio “Welleyes” (anche allora ci voleva un nome straniero per far apprezzare un prodotto).
Mica cose normali, velocipedi, che a fine Ottocento, sono l’argomento più positivista che c’è. Ma i Ceriano, che hanno assunto il giovane Lancia come meccanico con la qualifica di ragioniere (per far contento il padre) sentono il vento che cambia.
(C) RIPRODUZIONE RISERVATA
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