Firenze, l’Officina dei Profumi
Eugenio Alphandery ha la battuta pronta e la cortesia brusca del fiorentino. Si muove sotto le volte affrescate di questa chiesa, sconsacrata da tempo, con la disinvoltura di chi ha passato qui buona parte della sua vita e in queste stanze si sente a casa
di Barbara Rivoli

Eugenio Alphandery
Del resto, all’Officina Profumo Farmaceutica di Santa Maria Novella veniva già da bambino, con la severa bisnonna che per tutto il tempo gli ripeteva di non toccare nulla e non far danni.
Poi, per uno di quegli strani scherzi che il destino a volte si diverte a giocare, capita che, mentre lavora altrove come ingegnere meccanico, i suoi vicini di casa gli chiedano se può dare un’occhiata a un vecchio macchinario che non vuole saperne di continuare a fare le sue brave pasticche.
Quei vicini sono gli Stefani, eredi diretti dell’ultimo frate a capo dell’Officina nel 1800. Alphandery ripara la macchina nel vecchio laboratorio, pieno di alambicchi e ricette tramandate, e non se ne va più.
Oggi è un vivace direttore pieno di progetti per il futuro, ma con i piedi ben saldi nel presente e radici profonde nel passato remoto di quella che è una delle più antiche attività sopravvissute a Firenze.
Non che fare a meno del passato sia possibile, tra le mura del negozio storico al numero 16 di Via della Scala a Firenze, a due passi da Piazza di Santa Maria Novella. Basta attraversare il vestibolo blu che precede la sala di vendita – anticamente la chiesa del convento – per rendersene conto: gli stucchi alle pareti, gli affreschi e poi le scansie, i pavimenti, gli antichi vasi, i ritratti dei frati erboristi prima e dei direttori laici poi: tutto racconta di una storia che è ancora presente e ci siede accanto.
Una “fonderia” per fabbricare “acque profumate”
Sala delle vendite
Le prime testimonianze dell’attività erboristica dei frati domenicani del convento di Santa Maria delle Vigne in Firenze risalgono al 1221, ma bisogna aspettare il 1612 perché l’Officina Farmaceutica nasca ufficialmente.
E’ stato il Granduca di Toscana a farsi promotore della sua creazione, forse in virtù di qualche medicamento particolarmente apprezzato dalla nobiltà fiorentina; concede inoltre a fra’ Marchissi - erborista erudito nei segreti dell’aromaterapia – di fregiare l’Officina del titolo di Fonderia di Sua Altezza Reale.
Di qui in poi la fama dell’Officina cresce, in Italia come all’estero e così quella dei suoi prodotti: l’Acqua anti isteria, “inventata” dallo stesso fra’ Marchissi; l’Acqua di rose, conosciuta fin dal 1300; l’Acqua della regina, creata per Caterina de’ Medici.

Particolare della sala
Nel 1500 la nobildonna porta con sé alla corte di Francia l’esclusiva formulazione, che passa nel 1725 a Colonia per mano di tale Giovanni Paolo Feminis, il quale - producendola - ne cambia il nome nell’attuale e ben più conosciuto Acqua di Colonia.
Fra’ Tommaso Valori, intorno alla metà dell’Ottocento, ottiene la sconsacrazione della chiesa dedicata a San Niccolò: da buon “business man”, capisce che era necessario sfruttare la popolarità dei rimedi e dei prodotti dell’Officina e fa aprire un passaggio sulla strada, l’attuale entrata al negozio.
Con l’incameramento da parte del Comune dei beni di proprietà degli Ordini religiosi (soppressi per volere del neonato Stato italiano), l’Officina rischia di perdere le proprie tradizioni secolari.
(C) RIPRODUZIONE RISERVATA
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