Martedì 30 Settembre 2014 - Anno XII
IL PRIMO GIORNALE ONLINE ITALIANO DI TURISMO E CULTURA DEL VIAGGIARE
Cartoline dal Nord Europa
Da Kristiansand a Oslo. Fascino continuo
Occhi curiosi e un po' romantici alla scoperta della capitale norvegese. Un puzzle inestricabile di bracci di mare, isole, penisole e costruzioni a pelo d'acqua o sulle alture. Una capitale giovane, etnica e rigorosamente conservatrice del proprio retaggio storico, nobile e marinaresco
di Cristina Parimbelli

Akrebrygge, il vecchio porto di Oslo e sullo sfondo il Municipio

 

Il risveglio è traumatico nel cuore della notte, ma l’idea di un week end fuori porta vale ogni minuto di sonno perso. I fari illuminano la strada ancora buia, che poco a poco si colora di luce davanti ai miei occhi. Il giorno nasce mentre osservo i primi raggi di sole e un cielo limpido dai finestroni del gate, aspettando l’aereo che mi porterà ad Oslo. Le città del Nord mi hanno sempre affascinata, anche se non ho mai avuto una particolare predilezione per il freddo; credo che tutto abbia avuto inizio con la mia immaginazione di bambina, con le fiabe di elfi e fate nei boschi, la neve bianca e la calda atmosfera del Natale.

Dall'alto, un paese di gnomi e fate
Il monolito del parco di Vigeland. Foto: Nancy Bundt / VisitOslo

In poche ore vedo rami di un mare blu congiungersi con la costa frastagliata, con ogni suo anfratto, fino ad arrivare al lembo più nascosto ed intimo; come due amanti, mare e terra non si bastano mai: si cercano, si disperano nello scontro continuo che dà vita, dolce e violento, scandito dal fragore delle onde sulla roccia. Poco oltre, il verde scuro degli alberi si tinge, punteggiato dal rosso dei primi tetti, talvolta coperti di terra ed erba, a non distinguersi dal prato; casette variopinte si ergono fiere anche sugli isolotti più piccoli, fanno pensare a pescatori solitari che arrivano alla costa con le loro silenziose compagne, le fedeli barche che li aiuteranno a vendere il frutto del loro faticoso lavoro. Sotto il mio sguardo il mare diventa terra, roccia, umanità. L'aeroporto di Torp è a meno di due ore di bus da Oslo, scendo da ali di metallo per cavalcare un serpente di cemento tra i boschi freschi e verdi, distese di campi e prati in fiore.

Oslo dal cuore ferito
Il palazzo del Parlamento

La pioggia bagna il viso mentre cammino su Karl Johans Gate trascinando un piccolo trolley; le nuvole grigie sembrano scendere dal cielo a inghiottire edifici e mura, tutto ha lo stesso colore. Gruppetti di giovani e adulti sfilano tra i negozi del centro, quasi tutti sulla via principale e su quelle parallele; gli ombrelli arcobaleno vincono la monotonia di una fredda giornata d’estate. La grande tigre dalle fauci di metallo sembra osservare tutto dal centro della piazzetta; i passanti, i tram, i bus, l’ufficio del turismo. Dopo un paio di chilometri supero il Parlamento, ancora memore delle recenti ferite; la facciata è inesistente e si nasconde dietro teloni che ne riportano le fattezze, a coprirne il dolore. Mi ricorda le ragazze arabe di cui ho letto, sfigurate dai mariti ancor prima che dall’acido, nascoste dietro un velo. La strada dritta e sempre uguale si scioglie e circonda il Palazzo Reale, dove le guardie marciano, serie nelle loro uniformi. Finalmente raggiungo West Oslo, dove si trova il mio hotel; zona signorile e un po’ retrò, dal fascino vittoriano, è rispecchiata pienamente dallo stesso albergo, curato all’esterno e decadente nel suo cuore; gli edifici sembrano tutti storici e un po’ barocchi, imponenti e severi svettano sulla strada: bianchi, gialli e grigi. Boutiques di vestiti, abiti da sposa e antiquariato, espongono le loro merci all’esterno, appese o appoggiate su mobiletti; piccoli caffè e ristoranti nascosti in scantinati fanno respirare l’atmosfera afro-americana di locali jazz e blues.

 

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