Viaggi e Mitologia
Rodi, l'isola della Rosa
Divenuto signore della Terra, Zeus spartì il suo regno con tutti gli dei dell'Olimpo, ma si dimenticò dell'assente Helios, il Sole. Tornato, se ne lagnò a tal punto che Zeus promise di donargli la prima terra che spuntava dal mare. Gli diede Rodi.
di Clementina Coppini

Una raffigurazione del mitico Colosso

Rodi è bellissima, medioevale e ventosa, massiccia e ciarliera. Un'isola di natura indipendente e marinara, patria di assediati orgogliosi in cui vale la pena approdare anche oggi.

Le terre, nei miti, possono spuntare come funghi ed ecco che emerge Rodi, sgargiante e fiorita, che in greco è il nome della rosa. Il Sole sposò la ninfa Rodo e i due divennero i felici nonni di Kamiros, Ialyssos e Lindos, costruttori delle più grandi città dell’isola. Esperti mercanti e marinai, i ricchi isolani nel 408 a.C. fondarono la città di Rodi, che, dopo la spartizione dell’impero fondato da Alessandro Magno, divenne amica dell’Egitto. La cosa infastidì il re di Siria, che inviò il figlio Demetrio per porla sotto assedio.

Il suo soprannome era Poliorcete, l’Assediatore. Dopo un anno, l’Assediatore se ne andò senza risultati, lasciando i suoi avveniristici macchinari. I rodensi, gente pratica, vendettero le ultramoderne attrezzature belliche e con il ricavato decisero di costruire qualcosa di grandioso per celebrare la vittoria: nacque il colosso di Rodi, enorme scultura del dio Helios alta oltre trenta metri, messa a guardia del porto. Una specie di statua della libertà ante litteram, sia per dimensioni che per significato. Si dice fosse posizionata all’ingresso del porto e che le navi ci passassero sotto, l’equipaggio ammirato di fronte a tale meraviglia; in realtà era posta sulla terra e comunque crollò causa terremoto nel 226 a.C., sessantasei anni dopo l’inaugurazione. I pezzi caduti, per timore di una maledizione, rimasero sul posto fino al 653 d.C., quando furono venduti a un mercante che li caricò su novecento cammelli.

Uomini in fuga
Il porto di Rodi

L’isola vide passare arabi, bizantini, veneziani e genovesi, i quali, siccome erano mercanti, la vendettero infine ai Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, una confraternita di guerrieri-monaci-dottori, ospedalieri per gli amici. Essi costruirono mura possenti intorno alla loro città, e lì prosperarono per due secoli. Avevano un austero capo, il Gran Maestro, che fungeva da generale-abate. Un giorno arriva l’esercito del sultano Suleyman. Solimano: uomo illuminato, amante dell’arte e del bello e favolosamente ricco, padrone di un impero e abile guerriero, che avrà dalla storia il soprannome di Magnifico. I Cavalieri della Rosa non si fanno impressionare: resistono dentro le loro mura fino all’estremo. Infine, dopo aver preso accordi per garantire la salvezza della popolazione, consegnano la città. È il 1522 e i Cavalieri partono per Malta. Lì divengono i Cavalieri di Malta. Rodi invece resta turca fino al 1912, quando gli italiani fanno dell’isola una perla del loro impero coloniale, la cui fine è nota. Nel 1948 l’isola torna a essere ciò che era sempre stata: greca. I Cavalieri, di Rodi prima e di Malta in seguito, oggi hanno sede a Roma.

Ospedale con vasetti
Il cortile del palazzo del Gran Maestro dei Cavalieri

Entrare in silenzio nelle mura medioevali di Rodi di notte e spiarla alla penombra delle torce che sinistramente la illuminano, è un’esperienza scontata solo per le anime banali. Ma per guardarla bene bisogna tornare di mattina. Il palazzo del Gran Maestro, così come altri monumenti a Rodi vecchia, fu restaurato con gusto cupo dagli architetti italiani del ventennio. In mezzo ai pavimenti vi sono mosaici asportati chirurgicamente dalle ville greche di Kos e da quelle romane e bizantine di Rodi e incastonati in un contorno stile “telefoni bianchi”. L’Ospedale dei Cavalieri ha un cortile di pietra di un tipo che, colpita dal sole, assume un colorito caldo, piacevolissimo. Romanico fuori, con muri e archi ancorati a terra e gotico dentro, nell’ampia aula dalle colonne alte, che accoglieva i feriti. I quali dovettero avere qualche complicazione, visto che oggi le pareti sono fitte di pietre tombali. Sotto il fresco portico del primo piano, buio in contrasto con il pieno sole del cortile, sale pullulanti di vasi, vasetti e vasoni greci, tutti originali e antichi, a figure rosse e nere, con rappresentazioni mitologiche di fattura sorprendente. Sì, però alla quarta sala di ceramiche, anche l'archeologo più fanatico inizia a dare segni di scompenso culturale. Urge riallestimento.

(C) RIPRODUZIONE RISERVATA
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