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Barcellona, tavolozza di GaudÝ
Architetto eclettico, massimo esponente del modernismo catalano, Antoni GaudÝ si spegneva il 10 giugno 1926 nella sua Barcellona. Andiamo allora nella capitale catalana, regione "stato" a buon diritto considerata la tavolozza del grande architetto
di Eleonora Boggio

Un momento dell'omelia di consacrazione della Sagrada Familia

Sfatiamo un mito. Non è vero il detto "nemo profeta in patria". Almeno non nel caso di Barcellona. Uno degli artefici della sua attuale identità di metropoli proteiforme è indubbiamente un architetto che, partendo da un piano urbanistico abbastanza lineare, ha trasformato Barcellona nella gemma della Catalogna. Per farlo si è servito dei migliori materiali in circolazione, che ha sapientemente distribuito lungo la superficie dell’intera città. Il carisma di Barcellona è insito nella sua identità, firmata Antonio Gaudì. Partiamo dunque per un soggiorno nella città catalana alla scoperta dei “segni” disseminati ovunque dal suo genio costruttore.

Le grandi rivoluzioni sono da sempre fucina di geni. Non fa eccezione la Spagna del XIX secolo in cui affonda le radici la corrente del Modernismo. Barcellona è allora attraversata da fermenti economici e commerciali. Allo sforzo di crescere non corrisponde, però, una cornice adeguata: la capitale è costretta entro mura medievali che circoscrivono la popolazione all’interno di uno spazio troppo angusto. La situazione porta ad autentiche insurrezioni popolari che culminano con quella del 1854, quando il popolo abbatte le mura rendendo così possibile la tanto agognata espansione della capitale.

Oggi l’Eixample (questo il nome dato al nuovo assetto urbanistico) sopravvive più fiero che mai, nei confini di un distretto che così si chiama. Il periodo è reso ancor più fiorente grazie al mecenatismo dilagante di alcuni borghesi arricchiti che commissionano edifici dedicati e firmati da importanti architetti. La “volontà di potenza” dei nuovi ricchi trova così un esperanto in grado di accomunare, nell’ostentazione, il desiderio di ascesa: il Modernismo.

Lungo il corso Passeig de Garcia
Casa Amatller

Espressione dell’identità catalana, il modernismo esprime l’ansia di rinnovamento e la volontà di “cambiare” di un periodo caratterizzato da grandi fermenti. Il movimento abbraccia più ambiti, anche se il culmine lo tocca nell’espressione architettonica. La nuova borghesia finanziaria fa di questa architettura un elemento fondamentale per la propria distinzione sociale. Ragion per cui la maggioranza delle opere cittadine appartenenti al Modernismo, sono sontuose residenze borghesi adatte ad abbellire l’arteria commerciale della nuova città: il viale del Passeig de Gracia.

Lungo il corso si affacciano, come giganti di pietra, le proteiformi fattezze di Casa Milà, l’azzurro di Casa Battlò o la scala di grigi di Casa Amatller. Ognuna di queste conserva il nome del suo proprietario e tutte sono contraddistinte dal fatto di appartenere allo stesso architetto: un manipolatore della materia di nome Gaudì.

Antonio Gaudý, "architetto di Dio"
Casa MilÓ, con la sua incredibile facciata scolpita

Artista isolato e solitario, Gaudì si diverte a personalizzare la sua città natale vestendola dei più disparati materiali. La pietra diventa un friabile gioco di sovrapposizioni, mentre il metallo asseconda morbidamente i suoi disegni. La Pedrera ne è il più fulgido esempio. Vista dall’esterno Casa Milà – soprannominata Pedrera per via della facciata che ricorda una cava di pietra grezza - incute un certo timore. Colpa dei contrasti nati dai giochi che la luce asseconda posandosi sulla sua facciata. O dei balconi intarsiati di foglie d’acanto che svettano verso il cielo, ma il colpo d’occhio della Pedrera fa pensare a uno scheletro.

In realtà l’edificio, sormontato da un’immagine della Vergine alta oltre quattro metri, avrebbe dovuto riprodurre il Montsalvat, imponente montagna della Catalogna. L’attuale facciata è concepita come una gigantesca scultura, un paesaggio geologico formato da grotte marine, pura esaltazione della linea curva. La Pedrera ospita un segreto. Anzi, due. Si tratta del doppio cortile – di forma circolare l’uno e ovale l’altro - dal quale si dipartono rampe di scale che portano, come in un gigantesco alveare, a piccole celle tondeggianti. La morbidezza della forma sarà una delle cifre dominanti dell’opera di Gaudì.

 

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