Martedì 26 Maggio 2015 - Anno XIII
IL PRIMO GIORNALE ONLINE ITALIANO DI TURISMO E CULTURA DEL VIAGGIARE
Reportage / Le strade della storia
Sudan, tra le rovine dei Faraoni Neri
Il Sudan è un paese dimenticato. Dimenticato dalle due grandi divinità contrapposte di questo immenso pezzo d'Africa: Dio e Allah. Anche i potenti della terra lo hanno abbandonato, pur se conserva le tracce di una storia millenaria
di Nico Tondini

Piramidi di Karima, Sudan

Definito "uno dei grandi nemici degli Stati Uniti", il Sudan ha veramente poche chances di risollevarsi dalla catastrofica situazione di inerzia politica, di stasi caotica e di distacco culturale in cui i cosiddetti "grandi" del mondo lo hanno confinato.

Nel sud di questo stato si combatte una guerra tutta africana, fra poveri. Il nord bianco, arabo e musulmano vuole imporre la Sharia, la legge coranica, al sud nero, cristiano e animista. Si combatte, a periodi alterni, dal 1962. È la guerra civile più lunga della storia, lunga come l’elenco sbiadito dei nomi di quei due milioni di sudanesi che hanno gettato la vita in questo scontro.

Al nord non si combatte, il territorio nubiano è unificato da anni e vive sotto l’occhio severo di Allah e la mano protettrice di Fatma. “Allah U Akbar” (Dio è grande) recitano con monotonia i muezzin di Khartoum, lanciando le loro melanconiche melodie religiose sopra Al Jazira, la confluenza tra Nilo Azzurro e Nilo Bianco. I due fiumi si fondono ai piedi della capitale, dando origine al grande, unico Nilo: El Bahr (il mare) come lo chiamano qui.

Antichi splendori e recenti orrori della capitale
Old Dongola, rovine di una chiesa copta

Khartoum è un caos organizzato, dove la “deregulation” è applicata, da chi governa, in maniera metodica e quasi maniacale. Se si escludono i mercati, dove si respira aria d’Africa vera, molte strade e palazzi sembrano appartenere all’architettura a “blocchi” tipica dell’ex mondo comunista dell’est, prima della “glasnost”.

Del recente e affascinante passato in città non è rimasto niente, solo la villa di Gordon Pascià, trasformata in museo. È una delle rare testimonianze del periodo di colonialismo anglo-egiziano, finito tragicamente nel 1884 con la testa del generale inglese infilzata su una pertica e portata, grondante di vittoria, al Mahdi, il capo spirituale e insieme delle agguerrite milizie irredentiste sudanesi. Khartoum è una città lasciata a vivere il suo tempo attuale, avvolta dalle polveri del vento harmattan che soffia da nord e racconta storie di antiche civiltà perdute.

Alla ricerca di un passato glorioso
Karima, colonne di Hator

Erodoto narrò del mitico regno di Kush, dei faraoni neri, di Meroe, della potenza militare dei Nubiani che avevano soggiogato l’Egitto e costruito nella loro terra decine di piramidi per celebrare in modo regale e imperituro la morte dei loro sovrani. Le antiche capitali dell’impero Kushita (Napata, Meroe, Karima) sono state inghiottite dai secoli e tra le grandi dune barcane si è diluito e poi perso nel tempo anche il ricordo di quella civiltà. Ho ringraziato il Dio Amon Ra, il dio del sole, di essere stato qui. Ho sfiorato con la mano le colonne della Dea Hator e ho sacrilegamente cavalcato uno dei quattro arieti di pietra che fanno una muta guardia alla piana di Karima. Ho ascoltato le voci delle Huri, le meravigliose creature del paradiso musulmano, che muovevano le loro ombre diafane tra le piramidi dei faraoni neri. Ho seguito il corso del Nilo, su a nord, oltre Khartoum e come Chatwin mi sono chiesto: “Che ci faccio io qui ?” Sono venuto per leggere un libro di storia coperto dalla polvere del deserto, per vedere quello che pochi conoscono e per percorrere le piste del Sudan in cerca della mitica Kush.

(C) RIPRODUZIONE RISERVATA
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