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Caraibi (2)

L'ultima delle "vergini" venezuelane

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Scoperta da Ojeda e Vespucci, "disegnata" da Juan de la Cosa


La posizione dell'Isla Tortuga nel Mar dei Caraibi

La Tortuga incuriosisce inoltre perché nonostante le accennate dimensioni, non si tratta di un atollo; risulta oltremodo piatta, con una “montagna” che non arriva a cinquanta metri. Non hanno quindi torto i naviganti che denunciano fatica nell’avvistarla e un plauso vada agli Indios della terraferma, eccellenti navigatori su piroghe o non meno precarie altre imbarcazioni, se mai fosse valida la teoria che non esclude la loro presenza in tempi pre-colombiani. Tanto piatta morfologia fa pure meditare e assegna al Mar dei Caraibi, o delle Antille che sia, una sorta di primato nella differenza tra le sagome e i profili delle isole che ospita.

Basti pensare, paragonate a Tortuga, alle molte montagnose isole delle Piccole Antille, un tempo veri e propri fari nella navigazione di galeoni e cutter.

La suesposta, incerta presenza di Indios pre-colombiani, suggerisce di datare l’inizio della storia della Tortuga alla sua scoperta, avvenuta nel 1499 da parte di un terzetto di fantastici uomini di mare. Alla testa di esplorazioni di poco posteriori alle spedizioni di Colombo, chiamate chissà perché viaggi minori o andalusi, le coste del Venezuela e le isole che le fronteggiano furono infatti visitate congiuntamente da Alonso de Ojeda, celebre Conquistador e governatore, dall’eccellente navigatore Amerigo Vespucci e da Juan de la Cosa, magnifico cartografo nonché autore del primo mappamondo. Dal che si evince che la Tortuga non avrebbe mai potuto sognarsi più nobili e preclari padrini di battesimo.

Tortuga, vita senza smog e "jumbo aragoste"


Più o meno mezzo secolo dopo la scoperta, nell’isola comparvero gli olandesi per dar vita allo sfruttamento delle saline nella zona orientale; per ministoria che sia, questa vicenda conferma ulteriormente l’incredibile vocazione a viaggi e commerci di questo piccolo popolo che inventò enormi possedimenti coloniali. Ma nel 1631 il Gobernador della costiera Cumanà decise che non era onorevole la presenza di stranieri su un’isola che non poteva non appartenere all’Impero spagnolo, eppertanto con un “valiente” blitz compiuto da un “tercio” armato di picche e alabarde si impossessò della Tortuga. Che divenne venezuelana con l’indipendenza voluta da Bolìvar e nella seconda metà dell’Ottocento fu inserita nell’arcipelago Colòn dopodiché, dal 1938, entrò a far parte delle Dipendenze Federali. Una storia pertanto non lardellata di grandi eventi ma che comunque può fare a meno, che abbiano o no frequentato l’isola, dei (soliti) pirati menzionati nei dèpliant di viaggi.

Giunti ai nostri giorni, non si sa come (ma lei ammicca e commenta in buon romanesco, appreso durante un lungo soggiorno nell’Urbe) Maria Eugenia è riuscita a far sì che a Caracas i legislatori del Socialismo Balivariano “chiudessero un occhio” sul divieto di invasioni turistiche nella Tortuga e fu così che sulla più bella delle spiagge ha allestito la già citata Posada o Rancho “Yemayà”, sette “habitaciones” rese accettabilmente confortevoli dall’acqua dolce di un desalinatore alimentato da un gruppo elettrogeno. E il viaggiatore che a cena si ritrova sul desco una jumbo aragosta, non si spaventi più di tanto per il conto (soprattutto se pagherà in “nero”).

Si vorrà invece preoccupare se - come accade ai tanti che hanno metabolizzato il logorio della vita cittadina - sentirà la mancanza di smog, rumori, polveri sottili, tram e semafori. Perché a la Tortuga, ahilui, non ci sono. (seconda parte – fine)

© RIPRODUZIONE RISERVATA 
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