Lunedì 24 Novembre 2014 - Anno XII
IL PRIMO GIORNALE ONLINE ITALIANO DI TURISMO E CULTURA DEL VIAGGIARE
Veracruz, l’altro Messico
Fondata nel 1522 dal conquistatore Hernán Cortés, ha altri “nomi” ancora: Veracruz Llave (chiave, porta del Messico) e Veracruz Heroica. Dal porto prendono il mare tabacco, caffè, frutta tropicale; a terra rimane la nostalgia per gli anni d’oro del Novece
di Luisa Espanet

La cattedrale Puebla
È poco contemplata nei circuiti tradizionali. Si contano sulle dita gli italiani che ci sono stati e anche fra gli aficionados del Messico è raramente menzionata. Lo stesso nome, “Veracruz”, evoca luoghi da romanzi d’avventura. Solo qualcuno lo lega al titolo di un film, nonostante fosse di Robert Aldrich e ci fossero attori del calibro di Gary Cooper, Burt Lancaster, Ernest Borgnine, Charles Bronson. Certo sulla carta Veracruz non ha molto da offrire, soprattutto tenendo conto della generosità di attrattive del resto del paese. Città portuale affacciata sul Golfo Del Messico, non ha le tanto decantate “spiagge di sabbia bianca”, né il “mare cristallino” dello Yucatán e comunque niente di quel che ci si aspetta di vedere sulle coste del grande paese. Non ha resti archeologici, che sono presenti in almeno i tre quarti del territorio nazionale. E, come se non bastasse, non solo non possiede architetture coloniali di rilievo, ma al loro posto ha una accozzaglia di edifici degli ultimi ottant’anni deplorevoli, fatiscenti e di un cattivo gusto trionfale. Il traffico poi è caotico e scellerato. E last but not least, il clima per dieci mesi all’anno è umido, con un caldo afoso che appiccica gli abiti al corpo, fa sudare, toglie l’aria; un clima contro cui inutilmente si accaniscono le pale dei ventilatori e sul quale solo l’aria condizionata ha la meglio.
C’è il Malecón, come all’Avana
Eppure sono poche le persone che non si sono innamorate di Veracruz perdutamente, al primo incontro. “Avana del Messico” l’ha definita qualcuno. Ed è forse la definizione che meglio esprime quello strano fascino, quell’attrazione fatale fatta di tanti pezzi, di tante realtà, di tanti motivi difficili da mettere a fuoco. E questo anche se della capitale cubana, Veracruz non ha né la bellezza, né la posizione. Come l’Avana ha il Malecón, il lungomare dove la vita ferve a qualsiasi ora del giorno e della notte di quella lunga estate che sembra non finire mai. La gente passa a frotte compatte: sono innamorati, famiglie, scolaresche, gruppi di bambini. Ci sono ambulanti con bancarelle zeppe di souvenir dove l’artigianato ha ceduto il posto al kitsch più efferato. Altri offrono da bere con grandi zaini-borracce a forme di ananas.

Museo Alepa
Qualcuno guarda le navi e il mare. Molti i marinai che escono dal palazzo della Marina, una costruzione pesante degli inizi del secolo. Nelle strade intorno, piccoli musei raccontano la storia del paese, mentre l’Acquario affascina con i suoi pesci. Ci sono belle case di abitazione, palazzi con negozi aperti fino a mezzanotte, tanti alberghi, anche se i più grandi sono sul boulevard esterno. Di fronte al Malecón, visibilissima e molto verde, l’Isla de Sacrificios. È stata chiusa al pubblico, in un tentativo di salvarla dalle continue devastazioni. Isola di venerazione funeraria, è il luogo dove nel 1519 approdò Cortés con il suo piccolo esercito di avventurieri e galeotti, dando inizio a quella storia di sopraffazioni e violenze, proseguita sino al 1821 con la conquista dell’indipendenza dalla Spagna. Si può invece visitare, ed è una meta da non perdere, l’altra isola di fronte al Malecón, collegata negli anni Quaranta alla terraferma da una strada che attraversa il porto, troppo lunga e poco interessante per percorrerla a piedi. Qui c’è il Forte San Juan de Ulúa, costruito sull’acqua in pietra di corallo, materiale che assorbe l’umidità. Inizialmente era una roccaforte per la difesa dai pirati, poi divenne una prigione e per alcuni anni, quando nel 1859 Veracruz fu capitale del Messico, palazzo del presidente. Insieme al Malecón, lo Zocalo è l’altro “polo” fondamentale per capire Veracruz e entrarne in sintonia. Si chiama così, come in tutti i paesi del Sudamerica di lingua spagnola, la piazza principale, dallo zoccolo del cavallo della statua equestre di un liberatore o di un personaggio che sempre troneggia in mezzo. Qui ci sono il Palacio Municipal e la Cattedrale, ma non sono certo questi edifici a renderla interessante quanto l’animazione, talmente forte che spesso diventa impossibile entrare nella piazza. Soprattutto nelle sere in cui si balla il Danzón.
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