Giovedì 19 Ottobre 2017 - Anno XV
Lublino, la città del grande olocausto

Lublino, la città del grande olocausto

Dopo i tragici avvenimenti dell’ultima guerra, Lublino ha saputo dare concretezza ai propri ricordi commossi, per mezzo di un museo unico nel suo genere. Una ‘casa del ricordo’ per far rivivere la comunità ebreo-polacca di quegli anni, parte attiva e integrata della storia cittadina

Il Castello di Lublino
Il Castello di Lublino

I centri storici sono il cuore delle città. Abitazioni, palazzi, monumenti, negozi e tanto altro ancora, sono l’archivio visivo del vissuto di queste città. Ecco perché sono sempre affollati di visitatori, di gente che qui vive e lavora; ecco perché dispiegano concretamente, in estrema sintesi e riconosciuta efficacia, gli avvenimenti del passato, siano essi lontani o più vicini nel tempo.

Lublino ha un ‘centro storico’ fra i più belli e i più interessanti d’Europa. Attraverso la Porta di Cracovia (Krakowska Gate) che ospita il museo storico della città, si percorre in leggera salita la via Grodzka. Sui due lati, bei palazzi rinascimentali che si affiancano a costruzioni semplici che molto raccontano di un originario impianto medievale e della storia evolutiva della città, oggi patrimonio dell’umanità.

Nelle strade e stradine che si dipartono dalla via Grodzka, specie nelle case un po’ dimesse ancora in attesa di restauro, alcune finestre hanno l’intero spazio occupato da gigantografie della precedente vita ebraica: foto di persone come cortine di case, negozi come insegne, mercati come spazi associativi. Sotto l’Arco, c’è l’ingresso del Museo-TeatrNN, la nuova ‘casa’ memoria dei numerosi ebrei che vivevano a Lublino, sino all’arrivo dell’esercito nazista.

Majdanek, città sepolta

Lublino, il passaggio Grodtzka ieri e oggi
Lublino, il passaggio Grodtzka ieri e oggi

Nel 1939 Lublino contava circa 120 mila abitanti, 45 mila dei quali erano ebrei. Nel corso della seconda guerra mondiale, i nazisti hanno ucciso tutti gli ebrei che qui vivevano (si sono salvate poche decine di persone) e hanno distrutto Majdanek, il quartiere ebraico.

Joanna Zetar, responsabile della comunicazione di TeatrNN, racconta come è nata l’idea del Museo: “Quando abbiamo iniziato la nostra attività, nei primi anni Novanta, non sapevamo granché della storia degli Ebrei di Lublino. Non eravamo del tutto consapevoli del fatto che l’enorme spazio vuoto esistente su un lato del passaggio Grodtzka, riguardasse la memoria del Quartiere Ebraico. Concretamente, il passaggio che viene ora chiamato anche Porta degli Ebrei, conduceva a una non-città, la giudea Atlantis. Ora c’è un grande parcheggio, un campo erboso e nuove strade dove un tempo c’erano case, vie e sinagoghe. Una grande parte di quest’area, comprese le fondamenta delle case appartenute agli ebrei, è stata seppellita sotto uno strato di calcestruzzo e il ricordo di coloro che vivevano qui è stato parimenti nascosto, annullato. È impossibile comprendere la storia di Lublino, senza questi spazi vuoti, così vicini al Gate”.

Le emozioni di un Museo

Interno del Museo GTeatrNN, lettere a Henio
Interno del Museo GTeatrNN, lettere a Henio

Il museo di TeatrNN è completamente nero, all’interno. Scale, stanze, corridoi, spazi condivisi, sono dipinti o tappezzati con pareti nere e persino le luci, che indicano un percorso altrimenti difficile da seguire se non si viene guidati, sono parsimoniose, nascoste. Piccoli fari e faretti incassati in appositi anfratti vengono attivati quando si osservano le ‘finestrelle’ che si aprono nelle pareti: documenti, fotografie – talvolta illustrate da voci narranti – testimonianze raccolte, filmati.

La vastità di tutto quanto è stato raccolto e catalogato (e si capisce al volo che un lavoro del genere è stato fatto sotto la spinta di infinite emozioni) dà nell’insieme la misura dell’immane tragedia umana che si è compiuta, negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, qui a Lublino. Migliaia di scomparsi, tra i vari campi di concentramento o le sommarie esecuzioni nei differenti luoghi della città, le cui vite vengono ricostruite con puntiglio e per quanto possibile, a testimonianza di un diritto di ‘residenza’ (e di vita) riesumato nel ricordo.

Alcune pareti allineano raccoglitori dal dorso bianco, titolati e numerati, consultando ciascuno dei quali si apre un mondo – volti, nomi, attività, parentele, amicizie – che era nell’oblio e che ora rivive e racconta di sé. Così come aprono una visione semplice e immediata i numerosi pannelli legati a quinterni, appesi ai muri delle pareti. Ogni stretta scala (il museo si articola su un grande edificio dalle strutture originarie) conduce ai piani superiori, anch’essi densi di foto, didascalie, sunti esplicativi degli avvenimenti di quegli anni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA