Mercoledì 29 Luglio 2015 - Anno XIII
Verdi rive dell’Isonzo; fra orsi, trote e trincee

Verdi rive dell’Isonzo; fra orsi, trote e trincee

E’ da poco passato il 24 maggio, data che ricorda l’inizio della Grande Guerra, la cui vittoria finale è passata attraverso una clamorosa sconfitta: quella di Caporetto. E’ istruttivo, in tempo di pace, ricordarne il feroce prezzo pagato

Il Monte Tricorno (Foto:K. Kunaver)
Il Monte Tricorno (Foto:K. Kunaver)

Per l’esercito italiano fu la madre di tutte le sconfitte, che rischiò di ribaltare l’esito della prima guerra mondiale. Per l’Impero asburgico fu l’ultimo canto del cigno, il colpo di coda di un potere moribondo e perciò più feroce. Per il dizionario fu un nome proprio che diventò un nome comune: da Caporetto, amena località della Venezia Giulia, a “caporetto” con la “c” minuscola, sinonimo di una disfatta al superlativo. Per le Alpi, infine, fu la più grande mattanza mai vista sulla catena, conclusa con un bilancio da bomba atomica anche se fu attuata con tutt’altre armi: dai cannoni ai coltelli.
Sono passati poco meno di novant’anni da quel tragico capitolo della storia d’Italia, ma la battaglia di Caporetto sembra preistoria: nessuna gita scolastica va più a visitare i luoghi dello scontro; in nessuna osteria risuonano più certi canti, già popolarissimi, nati nelle trincee dell’Isonzo; e nessun documentario tv ricostruisce mai i giorni della battaglia, anche se ogni tanto la Rai ripropone il film “La grande guerra” con Gassman e Sordi, capolavoro della tragicommedia all’italiana, ambientato proprio fra Caporetto e paraggi. Insomma: per la “Waterloo italiana” sembra scattato un processo di rimozione.

Splendida natura, oggi amica

Il fiume Isonzo (Foto: B. Kladnik)
Il fiume Isonzo (Foto: B. Kladnik)

Ma Caporetto c’è ancora, anche se ha cambiato nome e bandiera: oggi si chiama Kobarid e sta in Slovenia, perché gli altalenanti umori della storia hanno spostato i confini. Per arrivarci si parte da Gorizia, si supera la frontiera, si risale l’Isonzo (oggi Soča) verso il cuore delle Alpi Giulie; si superano Plava, Canale d’Isonzo e Tolmino (oggi Plave, Kanal e Tolmin) e dopo cinquantacinque chilometri si è alla meta: un quieto villaggio in una conca, dominato da un campanile a cipolla. Circa venti chilometri più avanti c’è Plezzo (oggi Bovec) centro sciistico e anticamera del Monte Tricorno (oggi Triglav, 2.864 metri) il “tetto” delle Giulie e dell’intera Slovenia.
Tutto l’itinerario si snoda in un mondo tranquillo e verdissimo, a prima vista inadatto a evocare ricordi di guerra: nelle acque cristalline dell’Isonzo nuotano trote, lucci e temoli; nelle radure di fondovalle si intravedono alveari che producono un miele famoso; sulle pendici dei monti si arrampicano fitte abetaie, frequentate da linci e orsi bruni e più su, verso le cime, si stende un brullo deserto di roccia, dove corrono camosci e sbocciano fiori pionieri. Insomma: un paradiso per naturalisti, escursionisti e pescatori, che intorno al Triglav è protetto da un parco nazionale.

La leggenda del camoscio e dei fiori rossi

Potentilla, rosa del Triglav
Potentilla, rosa del Triglav

Questo mondo incantato ha ispirato molte leggende. La più nota narra di Zlatorog, un camoscio dalle corna d’oro, che all’alba dei tempi amava pascolare tranquillo vicino alle case perché allora uomini e animali vivevano in pace. Poi però un boscaiolo, invaghito di una bella veneziana, decise di portare in dono all’amata quelle corna auree che brillavano sui monti: perciò tese un agguato al camoscio e lo ferì; ma non riuscì a catturarlo. Da allora Zlatorog non si fece più vedere: deluso dal tradimento degli uomini, fuggì in una terra lontana, esente da agguati e da cacciatori.
A ricordare il camoscio dalle corna d’oro, a Caporetto sono comunque rimaste tre cose: una birra, un fiore e una maledizione. La birra porta sull’etichetta il nome e l’immagine di Zlatorog. Quanto al fiore, i botanici lo chiamano “Potentilla nitida”, gli altri “rosa del Triglav”: d’estate le sue piccole corolle macchiano i monti, rosse come gocce di sangue. Leggenda vuole che quei fiori siano appunto il sangue perduto dal camoscio ferito. La maledizione, infine: fuggendo, Zlatorog predisse che gli uomini non sarebbero più vissuti in pace, né con gli animali né coi loro simili.

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