Mercoledì 5 Agosto 2015 - Anno XIII
“Dual Career”. Donne con la valigia

“Dual Career”. Donne con la valigia

E’ un fenomeno diffuso ormai in tutta Europa, ma quasi sconosciuto in Italia. Coppie con un proprio lavoro autonomo, obbligate a scegliere. Ad uno dei due viene offerta un’occupazione all’estero; quasi sempre all’uomo. E la vita cambia


Ottimo stipendio, avanzamento di carriera, cambio di vita. Ci si pensa in famiglia, se ne discute per un po’ e poi via, si parte, con figli al seguito.
Il partner – di solito la donna – lascia il proprio lavoro, si licenzia (in casi meno frequenti può tentare di chiedere un’aspettativa) e parte verso una nuova avventura. All’inizio con una certa euforia: nuova vita, nuove abitudini, un mondo da esplorare.
I mariti si insediano nei nuovi uffici, con compagni di lavoro che creano un circolo di conoscenze e amicizie intorno.
Sulle mogli ricade il compito della riorganizzazione familiare: la scuola dei figli, il tempo libero dei bambini, gli aiuti domestici, il medico, la spesa da fare magari con abitudini alimentari diversissime. 

Integrarsi? Certo, ad ogni livello


Il primo anno scorre via in un’atmosfera a volte euforica, a volte stressante, ma così piena che non ci si rende conto del tempo che passa.
La donna, nel frattempo, si è adattata alle abitudini locali molto meglio dell’uomo: ha creato una rete di rapporti con la popolazione (dal postino al negoziante, dal dottore all’allenatore di football del figlio o alle altre mamme); ha magari imparato a parlare un po’ la lingua locale (mentre il marito continua a parlare la lingua comune del business, cioè l’inglese in ufficio con i colleghi). Il “cultural shock”, il primo scontro con la nuova realtà, è ampiamente superato e quando tutte le rotelle sono entrate negli ingranaggi, per la donna scatta la fase due, quella del “cosa faccio adesso?”.

Esperienze in Europa e altrove


Francesca Prandstraller, sociologa, ha appena pubblicato il libro dal titolo “Espatriate. Storie di donne italiane all’estero per lavoro e per amore”, pubblicato da Guerini, basandosi sulla sua personale esperienza (tre anni a Washington per seguire il marito e poi il ritorno a Milano) e su quella di altre donne all’estero.
Sa bene cos’è la fatica di uscire da una realtà e adattarsi ad un’altra.
“Si ripensa alla carriera lasciata alle spalle, ci si sente sempre ‘moglie al seguito’, si entra in crisi di identità”, spiega. “Alcune donne si rimettono a studiare (un master, una nuova lingua, un corso professionale) altre si buttano nel volontariato o prestano servizi vari nella loro comunità di riferimento, per esempio la scuola dei figli; altre ancora avviano attività commerciali, magari su internet, attività che richiedono pochi investimenti iniziali. Infine ci sono quelle che cercano un nuovo lavoro seguendo metodi tradizionali, come le risposte alle inserzioni, i colloqui con i cacciatori di teste. Tutte, comunque, si devono in qualche modo reinventare una professione e lo fanno sostanzialmente da sole e con risultati alterni”.

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