Giovedì 2 Luglio 2015 - Anno XIII
Pianosa, da carcere a luogo naturale protetto

Pianosa, da carcere a luogo naturale protetto

La piccola isola del Tirreno, per lunghi anni penitenziario e “memoria” di un passato da dimenticare, riscoperta quale luogo di incredibili bellezze e di coinvolgenti silenzi

L'orizzonte dalla costa est di Pianosa
L’orizzonte dalla costa est di Pianosa

Mi sono fermato spesso sui tornanti elbani che portano a Punta Nera. E’ la parte meno transitata dai motoscafi di quest’isola vacanziera. Se voglio godermi il mare vengo qui, su questa strada che collega i paesini di Patresi e di Chiessi, magari dopo una bella libecciata, quando il cielo ha quel colore blu forte e dal mare salgono gli odori pungenti di salsedine e di macchia mediterranea. Non cerco la poesia del panorama o l’emozione dei grandi spazi, ma solamente un po’ di solitudine e la luce speciale della sera.
Come prigioniero di un’ammaliante Circe elbana ho guardato tante volte laggiù, a sud-ovest, la sagoma bassa e lineare dell’isola di Pianosa. Per anni mi sono chiesto come fosse questa Caienna toscana, questa nostrana “isola del diavolo” inaccessibile e proibita alla gente “per bene”. Una perla del Mediterraneo trasformata in carcere; un’isola prigioniera di sé stessa e dei suoi confini. Uno scoglio dove erano rinchiusi ergastolani, ladri, assassini, mafiosi, a espiare il giudizio degli uomini e in attesa di quello estremo di Dio.

Verso l’isola proibita

Cala Giovanna
Cala Giovanna

Un motoscafo della Polizia Penitenziaria da Marina di Campo, nell’Isola d’Elba, mi sta portando finalmente a Pianosa.
Ho un permesso speciale per visitare l’isola. Il carcere è stato chiuso il 30 giugno del 1998 e l’isola inserita nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano; dal 1999, Pianosa è aperta al turismo con visite guidate e ristrette a un numero contingentato di escursionisti.
Dopo undici miglia, tanta è la distanza di mare che divide Pianosa dall’Elba, la barca attracca al molo del porticciolo. Un anfiteatro di rocce e palazzi merlati chiude la piccola baia sulla quale troneggia un cartello indicatore piantato lì forse per i detenuti più scettici: “Pianosa Isola”, recita il segnale; un “messaggio” verbale a metà strada tra la costruzione siciliana e quella, più chic, anglosassone.
Questo era il tragico punto di arrivo di molte vite violente e spese male.

Un luogo di “silenzi”

Il porticciolo
Il porticciolo

Fa uno strano effetto sbarcare, con la fedina penale pulita, tra queste case dall’architettura retrò. Torri, palazzi con bifore e merlature, cupole, archi. Tutto deserto, non una voce o una persona nel silenzio di questa insenatura dal mare pulito.
Sono stupito e attonito, abituato ai rumori estivi delle isole, ai motoscafi che ormeggiano e salpano, alle ragazze in bikini, alle luci dei negozi, allo svolazzare dei parei dipinti a mano da quindici Euro l’uno.
Questa è un’isola cristallizzata, nella quale la vita si è fermata nel Novantotto con la chiusura del carcere. Se ne sono andati tutti: le guardie con le loro famiglie, i detenuti, i bottegai e gli impiegati; da quel giorno tutto è rimasto bloccato in un “fermo immagine” tragico ed onirico che ha il sapore del vuoto. Sotto il cartello “Pianosa Isola” c’è rimasto soltanto il rumore delle onde che si spengono sulla calata del paesino e, ora, il suono dei miei passi che cercano le tracce di una storia iniziata alcuni secoli fa.

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