Venerdì 31 Luglio 2015 - Anno XIII
La mia Venezia

La mia Venezia

Una famosa scrittrice ripercorre le vie d’acqua e di terra della sua città, rivivendo gli stupori e le emozioni dell’infanzia

Il Canal Grande
Il Canal Grande

Mi è accaduto l’anno scorso, sul finire d’un pomeriggio di agosto. Ero a San Marco, seduta all’antico caffé Florian, ascoltanto la musica, bevendo un bicchiere di prosecco.
Nella Venezia più conosciuta, più oleografica, più logorata e più consumata, ho sentito frusciare uno stormo di piccioni che s’alzava in volo, ho smesso di leggere il classico per l’infanzia che m’ero comperata poco prima (per i più curiosi: Kim di Kipling) e ho seguito il volo degli uccelli che puntavano verso le cupole della basilica, verso i quattro cavalli che Enrico Dandolo sottrasse all’ippodromo di Costantinopoli ottocento anni fa, verso quella miracolosa mescolanza di oriente e occidente che è San Marco.
E ho scoperto, ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno, di amare perdutamente quel panorama, quel cielo, quella piazza, quella città. La mia città.

Folla a Venezia? Da sempre

Turisti alla Basilica della Salute
Turisti alla Basilica della Salute

Chi si lamenta che Venezia è invasa da “mandrie in pantaloncini” – la definizione è di Iosif Brodskij e potete trovarla a pagina 25 del suo Fondamenta degli incurabili edito da Adelphi – ha una qualche ragione. Ma al dunque non poi troppe: Venezia, città d’acqua e di trine marmoree è da sempre abituata alle folle dei “foresti”.
A piazza San Marco, cuore pulsante della Serenissima, veniva anticamente organizzata la fiera della Sensa, si faceva mercato, si piazzavano bancarelle, si vendevano cialde, le cartomanti predicevano il futuro, i mercanti trattavano i carichi delle navi ancorate a punta della Dogana.
Certo, i viaggiatori d’un tempo – “viaggiatori non turisti” specifica uno dei protagonisti di Té nel deserto di Paul Bowles – avevano una percezione assai ricca e articolata della città che li ospitava. Certo, le maree dei consumatori “usa e getta” vanno disciplinate così come andrebbero disciplinate le acque della laguna, che d’inverno s’alzano pericolosamente a ingoiare tanti sestieri. Ma Venezia senza “foresti” tradirebbe il suo carattere di antica metropoli attenta ai commerci.
Del resto basta uscire dalle Mercerie, ed è subito silenzio. E pace.

Palazzi, statue, canali, ponti. E il mare

Il Leone di San Marco
Il Leone di San Marco

Le calli, piccole e tortuose, s’aprono all’improvviso su piccoli campielli sorvegliati da qualche marmorea creatura. Nessuna città come Venezia è abitata da tanti leoni alati, grifoni, basilischi, chimere o centauri, che affacciano dai palazzi, dagli angoli delle chiese, che si accovacciano negli scorci di qualche piazzetta, guatando in silenzio i passanti.
Nessuna città come Venezia permette, a chi lo voglia, di ascoltare il rumore dei propri passi sul selciato. E’ ascoltando quel rumore che io – nella mia città, dove torno per lo meno una volta all’anno – scelgo di perdermi: benché ci abbia passato tutta l’infanzia, ne possiedo poco la toponomastica e dunque il rischio – il gusto – di perdermi è sempre presente.
Ma è proprio questo sperdimento che io vado cercando: cammino veloce, puntando verso una delle estremità della città. Ed eccomi nel cuore dell’antico ghetto. Oppure, dalla parte opposta, all’Arsenale, o ancora, al di là di Rialto, verso le Zattere, a guardare la Giudecca, un tempo tutta orti e giardini, poi quartiere popolare, oggi molto ricercata. Il canale della Giudecca è il più grande della laguna, è maestoso come un vero braccio di mare, è solcato da grandi navi. Eppure, il vero miracolo dell’isola sta nella vista che, una volta giunti lì, si ha di Venezia. Non più città ma piuttosto palcoscenico teatrale, con quinte, profili, fondi dorati.
La Giudecca è stata, per me, una scoperta dell’età adulta: quand’ero piccola, le rotte familiari mi conducevano verso il Lido, dove facevo qualche bagno di mare prima di essere deportata in montagna, assieme alla tata.

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